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6月25日 Emerse dalle tenebre…L’argomento trattato in quest’articolo è di interesse pressocché nullo per tutti voi, e toglierei anche quel pressocché. Ho accantonato i libri di linguistica e ho consumato preziose sessioni di connessione per mettere insieme le immagini e i documenti che corredano questa balla, eppure essa resta appunto tale, e non avrà altro scopo se non quello di farvi perdere qualche prezioso minuto. Esaurito questo avvertimento d’obbligo andiamo ad introdurre il topic di oggi: la guerra dei Trent’Anni! Vedo già le vostre mani correre ai mouse nel tentativo di fuggire il più in fretta possibile da questo blog, e per vostra fortuna nulla ve lo impedisce. In ogni caso, nel tempo che la vostra prodigiosa versione di Internet Explorer metterà a chiudere questa pagina per aprire la home page di Facebook, io avrò tutto il tempo per fare una piccola specifica: tecnicamente non parleremo proprio della Guerra dei Trent’Anni, bensì dell’agghiacciante trilogia, ambientata in questo periodo storico, che pochi giorni fa ho finalmente terminato. Quest’opera, che certo è tutto fuorché un capolavoro, risponde al titolo di Trilogia di Magdeburg e si compone di tre volumi: L’Eretico, La Furia, Il Demone. L’autore è Alan D. Altieri, ingegnere milanese trasferitosi a Los Angeles per lavorare come sceneggiatore nel mondo del cinema.
Vi risparmio le vicende che mi hanno portato in un modo o nell’altro a pupparmi le 1900 pagine di questa trilogia e passo al sodo. Pochi romanzi, anzi nessuno, mi hanno sconcertato quanto questi tre libri! Forse io partivo animata da ingenuità, questo è vero: L'Eretico aveva vinto il Premio Italia come miglior fantasy nostrano del 2006, Famiglia Cristiana (pensarci adesso mi sconcerta) nelle sue recensioni aveva dato a Il Demone cinque stelle su cinque… Cioè, io mi aspettavo un fantasy stile La Sacra Bibbia! Qui ci colpa anche la mia prof. di storia e filosofia al liceo però, perché lei avrebbe dovuto spiegarci con chiarezza cos’era stata la Guerra dei Trent’Anni invece di limitarsi ad un: “questa ve la studiate dal sommario… su, fase boemo-palatina, fase danese, fase svedese, fase francese… c’è qualche volontario?” Miei cari lettori (e a questo punto tempo di rivolgermi solo ai protocolli di rete, perché dubito sia rimasto qualcun altro) voi cosa sapete di questo conflitto secentesco che io avevo “studiato dal sommario”? Scommetto che anche tu, caro protocollo TCP, hai sentito parlare della defenestrazione di Praga, ma ho l’impressione che le tue conoscenze si fermino lì! Per fortuna che il protocollo IP almeno si ricorda anche della Pace di Westfalia! Personalmente devo confessare che se questa pace mi è rimasta tanto bene in mente è solo perché non ho mai dimenticato quell’imbecille vestito di rosso, che nel famoso dipinto doveva sentirsi veramente a disagio in mezzo a tutta quella gente a lutto, mentre la defenestrazione me la ricorderò sempre perché durante la gita a Praga la guida ci mostrò come se si trattasse di un gigantesco bigné alla crema, la finestra che era stata protagonista del grande evento. In ogni caso dubito che qualcuno possa dire altro sulla faccenda, al di là di elencare le fasi e magari dire che il conflitto durò… trent’anni. Per sopperire a queste mancanze trascriverò qui di seguito un’efficace e sommario resoconto di questo evento dimenticato dai più. “L’orrenda realtà di una catastrofe generale del vecchio continente, la più spaventevole, senza dubbio, che esso abbia subito dall’età delle invasioni barbariche in poi, si impone all’occhio di qualsiasi osservatore. L’Europa sanguina da ogni parte, e non v’è parola umana che basti a dipingere lo strazio e l’abiezione. Non c’è più governo belligerante che non sia arrivato allo stremo delle sue risorse finanziarie, e quindi non c’è più governo che sia in grado di pagare i propri soldati. Demoni scatenati sono diventati gli Svedesi, come gli Spagnoli, gli Imperiali, i Francesi, ché più nessuno v’è in Europa che faccia distinzione di amici e nemici o nutra le sue truppe altrimenti che col saccheggio ed il ricatto. Col passare del tempo anzi, e l’incancrenirsi della guerra, non c’è più esercito che non si sia trasformato in un’orda barbarica, piena di migliaia di donne, di ragazzi, di servitori, di trafficanti, di saccomanni, tutti confusi insieme in una stessa melma di vizi, di malattie, di atrocità, di turpitudini. Nel 1647, durante un’avanzata degli eserciti franco-svedesi nella vallata del Danubio, si calcolerà che essi trascinino seco un 180.000 persone, di cui una parte Vi sono regioni, come la Boemia, il Palatinato, il Brandeburgo, la Slesia, dove la guerra ha infuriato senza soste per anni interi, e in cui le campagne hanno subito una devastazione sistematica non una o due volte, ma quattro, sei, dieci volte consecutive. In paragone alle campagne, le città sono state molto più fortunate. Ma ognuna di esse ha dovuto provare ripetutamente la stretta dell’assedio, con le sue interminabili settimane di fame, con le epidemie immancabilmente provocate dal refluire entro le mura di folle terrorizzate dal contado, coi ricatti delle soldatesche minaccianti sacco e fuoco, qualora gli abitanti non consegnino gli ultimo oggetti preziosi o gli ultimi loro denari. Quando poi, al termine di una resistenza disperata, il nemico non si è rovesciato come un torrente devastatore entro i bastioni della città, empiendo tutto di strage e di Nel campo prima occupato dalla fede religiosa s’impianta la selva barbarica della superstizione. Si crede molto meno in Dio, di un tempo: in cambio si crede infinitamente più nel demonio, nei deliri tenebrosi della stregoneria, dell’astrologia, degli incantesimi. Più crescono anzi le sofferenze, più le menti stravolte prestano fede all’assurdo. L’Europa conosceva già le scene atroci dei processi alle streghe. Ma ora, nella Germania insanguinata, il principe vescovo di Würzburg, fra il 1623 e il 1629, manda al rogo qualcosa come novecento streghe e stregoni fra cui dei bambini non ancora decenni. Seicento vittime si contano a Bramberga nel 1625-30: un migliaio nel principato slesiano della Neisse nel 1640-41. In Lorena un solo persecutore di streghe si vanta di averne sterminate novecento.” (da: Giorgio Spini, Storia dell’Età Moderna, 1615-1763, II, Torino, Einaudi, 1965) Questo documento che lessi poco prima di iniziare L’Eretico e che ora ho ripescato per allietare la vostra giornata, dice tutto quello che c’è da sapere su questa guerra che tutte le fazioni combattevano nel nome dell’unica Vera Fede e al grido di Gott Mit Uns. La Trilogia di Magdeburg, che di fantasy ha molto poco, spicca per crudezza e realismo, e con i presupposti della pagina di cui sopra si capisce che ci si trova praticamente davanti ad un romanzo horror/splatter. Durante la lettura del primo libro, praticamente a ogni pagina avevo il vomito alla gola e quasi mi decidevo a chiudere per sempre il volume e a gettarlo nelle fiamme. Tuttavia, fra le eruzioni purpuree e le viscere ribollenti, fra gli stupri e le crudezze inaudite, fra un massacro ed un altro, fra un evento storico e l’incontro con qualche celebre generale tagliagole, questa maledetta trilogia dà vita ad un personaggio talmente odioso e vomitevole che il lettore sente il dovere di andare fino in fondo nella speranza di vederlo crepare fra le più atroci sofferenze. Costui è Reinhardt Heinrich, principe von Dekken; generalmente detto il Principe dei Dannati ma a cui l’appellativo Principe delle Merde calzerebbe meglio. Questo verme è talmente viscido da rendere Sauron, Voldemort, Joker, Jack lo Squartatore, It, Darth Vader e Davy Jones nient’altro che un comitato di beneficienza prodigo di buone azioni. Quel che è peggio è che costui si accompagna a personaggi che pur non raggiungendo il suo livello di abiezione gli si avviciano notevolmente… è per questo che ci tocca seguire le vicissitudini di Siegfried Erwin von Auerbach, detto il granduca delle baldracche, o ancora le scorribande di Jan van der Kaal, capitano della legione di mercenari nota come Falange di Arnhem che per pagine e pagine si macchia di crimini e schifezze inenarrabili. In mezzo a questa poltiglia melmosa non spiccano certo per integrità i membri della Chiesa… un magister inquisitionis totalmente esaltato e un vescovo gesuita che raggiunge livelli di viltà e bassezza che non si crederebbero possibili sono il meglio che la terra tedesca abbia da offrire… insomma!
Qua e là incontriamo celebri macellai dell’epoca come l’Oberkommandierende Wallenstein, il Feldmaresciallo Tilly o il generale Pappheneim, le cui immagini ci vengono gentilmente offerte da uno sponsor d’eccezione: l’estratto di carne Liebig!
Particolarmente interessante quest’ultima figurina perché mostra uno degli avvenimenti cruciali dell’ultmo libro, ma significativa anche quella del povero Tilly che giusto giusto viene ritratto nell’atto di essere preso in pieno da una pallottola. Sempre grazie all’estratto di carne Liebig proponiamo un’istantanea del re di Svezia Gustavo Adolfo II Wasa, uno che in Magdeburg compare solo una volta ma che rompe le palle per tre interi libri anche senza apparire. Andando oltre i personaggi bisognerebbe parlare dei luoghi. I loro nomi vengono ripetuti ossessivamente, accompagnati da apposizioni che li rendono ancora più odiosi: Bad Och, monastero di morti; Bad Achen, monastero di vivi; Kolstadt, l’ultima valle; Lutherweg, via dell’eresia. O anche Roma, la città Kaputt mundi (eh si, perché ci tocca seguire anche Urbano VIII, impegnato ad illuminare Bernini sui problemi dogmatici relativi al suo monumento funebre); o semplicemente Wolfengrad, Turingia; Dekkenhausen, Turingia; so soro, Turingia. Una cosa asfissiante. Vorrei concludere e lasciarvi andare, e lo faccio trascrivendo il primo capitolo dell’Eretico (giusto per rendere anche lo stile ultrasincopato dell’autore che ha il potere di portare all’esasperazione qualsiasi lettore, anche grazie all’uso ricercato dei termini più orrendi messi a disposizione dal vocabolario italiano) per chi vorrà abbattersi ancora un pò.
Emerse dalle tenebre. Memento e incubo. Un uomo in un mantello colore delle ombre, su un cavallo da guerra colore dell’acciaio. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero. Avanzò lungo la strada flagellata dalla pioggia del Giorno dei Morti. Superò i relitti di case sventrate, invase da erbacce sibilanti nel vento. L’aria era opaca, miasmatica. Vapori lividi si levavano dal lastrico di pietre, disperdendosi contro nubi simili ad antracite liquefatta. Nessuna luce arrivava sulla terra. Forse la luce aveva semplicemente cessato di esistere. Wolfengrad, Turingia. La guerra era passata quattro estati prima. E poi di nuovo l’inverno prima. Troppi eserciti diversi, troppi condottieri diversi. Un unico desiderio: macellarsi gli uni con gli altri. E macellare il resto, tutto il resto. Strutture, raccolti, animali, uomini. Alla fine, la guerra se n’era andata. Solo un interludio nella demolizione. In un modo o nell’altro, in un tempo o nell’altro, la guerra sarebbe tornata. La guerra era eterna. Sul lato destro della strada, s’innalzava una linea di corpi, crisalidi di stracci su acciottolato livido di piaghe purulente. Attorno a essa, erano in parecchi a piangere, a pregare, a implorare. Il viandante in nero non si fermò. Avanti a lui, qualcuno stava urlando. Grida incoerenti, distorte dalla disperazione. Una donna di età indefinibile, capelli simili a un cespuglio di rovi, occhi iniettati di rosso, scattò di fronte al cavallo da guerra. Era lei a urlare cose prive di senso nell’oscurità del Giorno dei Morti. Le sue mani scheletriche artigliarono le redini. Il viandante in nero trattenne l’animale, evitando che s’impennasse. Avrebbe potuto allontanare la donna con una frustata, con un calcio in faccia. Oppure avrebbe potuto ucciderla e basta. Nessuno avrebbe alzato un dito per fermarlo. A nessuno sarebbe importato. Non accadde. Il viandante in nero si protese dalla sella. Sotto il cappuccio appesantito dalla pioggia, il suo volto era un fulcro di oscurità. Il viandante in nero appoggiò sulla fronte della donna una mano guantata. Le passò lentamente le dita sulla fronte. Sussurrò qualcosa. Parole perdute nel vento. Di colpo, la donna cessò di urlare, cessò di agitarsi. Abbandonò la stretta attorno alle redini. Si lasciò scivolare in ginocchio sul lastrico, giunse le mani, si fece il segno della croce. Chinò il capo nella pioggia. Il viandante in nero riprese ad avanzare. E adesso c’era qualcosa d’altro a invadere il vento. Fiamme. E cenere. Torce, molte torce. Pulsavano oltre la pioggia, oltre i vapori lividi che si levavano dalla strada. Forme solo vagamente umane si muovevano tra i bulbi infuocati. A ogni loro movimento, campanelle invisibili tinitinnavano. Le forme erano chiuse in palandrane grigie, la parte inferiore della faccia protetta da maschere a forma di becco. Parevano corvi deformi. A tutti gli effetti lo erano. Mietitori della morte, predatori del morbo. Monatti. Le campanelle che portavano legate alle caviglie erano un avvertimento, una minaccia e un requiem. La guerra eterna se n’era andata da Wolfengrad. La peste era rimasta. La peste non aveva mente. La peste non aveva occhi. La peste divorava e basta. C’erano almeno quattro diversi gruppi di monatti al lavoro in vari punti della strada. Operavano con una tecnica ineluttabile, affilata come la lama di una mannaia. Si avvicinavano ai corpi avvolti di stracci che giacevano sul selciato. Due di loro sollevavano il cadavere, lo gettavano sul carro trainato da un animale scarno. Ad ammassarsi sopra altri cadaveri. Il terzo tagliava la stoffa grezza che racchiudeva il corpo e frugava quello che stava sotto. Niente sfuggiva: collane, anelli, monili, orecchini, monete, denti, crocefissi. No, niente sfuggiva. La razzia finiva nel sacco di tela ruvida tenuto aperto dal quarto uomo della squadra. Gli stracci venivano richiusi alla meglio attorno a ciò che era stato un vecchio, una ragazza, un bambino, un uomo. Gli stracci tornavano a nascondere le bocche spalancate nel rantolo di sofferenza conclusivo, la carne scavata dalla malattia, le piaghe purulente. Tutto questo accompagnato dal tintinnare dei campanelli. Poi il carro si spostava in avanti con un sussulto. Fino al cadavere successivo. I superstiti osservavano dietro le fessure delle finestre inchiodate. Alcuni, i più temerari, i più disperati, osavano affacciarsi sulle soglie. Madri, fratelli, vedove, figli, nipoti, nonne. Non aveva importanza chi fossero, che cosa fossero. Potevano solo osservare. Qualcun altro era stato annientato, qualcun altro si era lasciato dietro il vuoto. La prossima alba, il prossimo crepuscolo, poteva toccare a loro, a chiunque di loro. Vuoto che generava altro vuoto. A Wolfengrad, Turingia, ogni giorno era il Giorno dei Morti. Anche da tutte le altre parti ogni giorno era il Giorno dei Morti. <<L’angelo delle tenebre!>> Nell’oscurità piena di fiamme, satura di cenere, la donna demente aveva ricominciato a urlare. <<E’tornato a cavalcare sulla terra!>> Il viandante in nero superò l’ultimo carro dei monatti. Continuò a muoversi verso altre torce, altre ombre. <<Dietro di lui cavalca la Furia!>> 评论 (2)
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